Tra “gli angeli” di Luigi Magnani. Visita ai capolavori della collezione Magnani Rocca in compagnia di Stefano Roffi              

Di Samantha De Martin

Mercanteinfiera, in programma dal 2 al 10 marzo, è l’occasione giusta per visitare la Villa del grande musicologo ed esperto d’arte

Nel tempio che si innalza su mobili preziosi e oggetti stile Impero, come la coppa in malachite del Thomire donata a Napoleone da Alessandro I, le opere scelte da Luigi Magnani per la sua Fondazione di Mamiano di Traversetolo assomigliano ad angeli.

Varcando la soglia della Villa dei capolavori, il visitatore li sente respirare e percepisce le modalità di quella scelta, effettuata seguendo tracce segnate come da un destino, in cui Magnani credeva e di cui sentiva l’investitura con responsabilità prima privata poi pubblica, al momento di istituire la sua Fondazione.

«E proprio come angeli, questi capolavori dovevano essere abitati dallo spirito, mostrare essenzialità, purezza, perfetta forma, mancanza di agitazione, di filosofare vano, di materia, occupate da un silenzio opposto al grido, da una pace opposta all’angoscia» spiega Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca.

È lui a guidarci in una visita un po’ speciale tra le sale di questo gioiello a mezz’ora di auto da Parma. Consigliamo vivamente di farci un salto in occasione di Mercanteinfiera, la mostra internazionale di modernariato, antichità e collezionismo durante la quale oltre mille espositori da tutte le piazze antiquarie europee, esibiscono, dal 2 al 10 marzo, le proprie scoperte a decine di migliaia di visitatori professionali, collezionisti e cultori della memoria.

Non era invece quello che oggi si potrebbe definire un collezionista il musicologo e critico d’arte Luigi Magnani, o meglio, lo era a suo modo, con un approccio personalissimo.

«A differenza dei collezionisti, non frequento gli antiquari, non vado alle aste, non visito le mostre – sottolineava nella sua ultima intervista -. Ho, sì, un mio museo immaginario formato dalle opere più amate e ammirate nel tempo, e di altre che per qualche fatalità hanno preso corpo e sostanza reale presso di me, senza tuttavia che io faccia tra le une e le altre grande differenza. Esse sono per me tutte oggetto di uguale amore e 

degne della più devota contemplazione; abitano la mia mente come la mia casa e se per caso alcune di quest’ultime non risultavano degne di quella collocazione ideale, salivano in solaio mentre altre che passavano sul mio cielo, si posavano silenziosamente su quei vuoti come angeli».

Svelare questi spiriti che aleggiano in questo scrigno nato nel 1977 per “onorare la memoria del padre Giuseppe e della madre Donna Eugenia Rocca, con lo scopo di favorire e sviluppare attività culturali di carattere artistico, musicale e letterario”, è per il visitatore un dono per gli occhi.

Magnani destinò alla Fondazione la Villa di Mamiano, inaugurata come sede museale nel 1990 con la raccolta d’arte che annovera, fra le altre, opere di Gentile da Fabriano, Dürer, Rubens, Filippo Lippi, Van Dyck, Tiziano, Carpaccio e, tra i contemporanei, Monet, Renoir, Cézanne, fino a De Chirico, De Pisis, con 50 opere di Morandi, Burri, sculture di Canova e Bartolini.

Passeggiando nel silenzio delle sue sale il visitatore incrocia i passi di Eugenio Montale e della principessa Margaret, tra gli ospiti illustri della Villa.

«Nella Villa-museo – spiega Roffi – i visitatori trovano l’attenzione propria di un’antica dimora che per secoli ha ospitato e diffuso cultura. Tutto nel solco di una viva tradizione: dalle mostre, che realizzano un desiderio di Magnani, alle collaborazioni con le grandi istituzioni internazionali, senza dimenticare i piatti serviti nel Bistrò della Villa, dove vengono riproposte le antiche ricette della casa».

La Tersicore di Canova

 A rubare lo sguardo, forse più di tutte le altre le opere della collezione, è la Tersicore di Antonio Canova, l’ultimo capolavoro acquistato da Luigi Magnani poco prima di morire, nel 1984, proveniente da una collezione privata.

Si fa guardare Tersicore, Musa della danza e del canto corico, qui interpretata come Musa della poesia lirica, appoggiata alla lira posta su un alto podio con l’iscrizione in greco e i caducei donati da Mercurio ad Apollo scolpiti in bassorilievo. Fece parte della collezione del conte Giovanbattista Sommariva, uno dei più illustri e singolari collezionisti italiani dell’epoca napoleonica.

Compiuta verso la fine del 1811, la statua era iniziata nel 1808 come ritratto di Alexandrine Bleschamps, seconda moglie di Lucien Bonaparte, fratello minore di Napoleone e principe di Canino. Nel 1810 o 1811 il Sommariva avrebbe prelevato la commissione e fatto cambiare al Canova la testa raffigurante la Bleschamps con quella attuale, idealizzata e non riconducibile ad un modello specifico.

Il fascino di quest’opera, uno dei capolavori a non uscire mai dalla Fondazione proprio per la delicata fragilità del suo marmo, risiede anche nella sua iniziale, controversa accoglienza. Una parte della critica si soffermò, infatti, sulle macchie del marmo, o ancora trovava il collo “un poco grosso e lungo, le spalle un poco basse, il petto ed i seni troppo poco risentiti, e un poco minuti”.

Invece il Cicognara salutava con entusiasmo la “novità di disposizione” del panneggiare.

Un’opera monumentale: La famiglia dell’infante don Luis di Francisco Goya

 Ci stacchiamo (sebbene a fatica) dalla Tersicore, chiedendo al direttore scientifico della Fondazione Magnani-Rocca di accompagnarci di fronte all’opera che maggiormente attira l’attenzione dei circa 40mila visitatori che in media raggiungono la Fondazione Magnani-Rocca ogni anno nei nove mesi di apertura al pubblico.

«Gli stranieri restano affascinati dalla storia di Magnani, da come nella campagna parmense possa trovarsi una raccolta d’arte degna di una capitale – spiega Roffi -. Il grande dipinto di Francisco Goya, La famiglia dell’infante don Luis colpisce per il magnetismo senza tempo dei personaggi raffigurati e perché ci si aspetterebbe di vedere un simile capolavoro al Prado o al Louvre».

Ed in effetti questa tela acquistata da Luigi Magnani nel 1974 toglie il fiato. Si tratta della più importante testimonianza della prima maturità di Goya e segna la sua ammissione nell’alta società spagnola. Il pittore fu introdotto alla corte di don Luis di Borbone dal primo Segretario di Stato, conte di Floridablanca. Questa commissione aveva rappresentato per l’artista la prova generale per l’ammissione a corte.

Nella grande tela di Goya – 328 X 248 cm – la famiglia di don Luis è ritratta immobile, come su un palcoscenico, mentre i quattordici personaggi “sono irrigiditi come sull’ultima battuta, prima che cali il sipario” in un’atmosfera pervasa da una evidente incomunicabilità. Don Luis, rappresentato nel momento del commiato serale, al tavolo da gioco con la giovane moglie dall’espressione ormai seria e disillusa, è circondato da principi e borghesi, artisti e cameriere. In questa sorta di commedia dell’arte che assurge ad apoteosi dei sentimenti più disparati, dove l’innocenza dei bambini, la stanchezza e la delusione connotano un mondo già intriso di morte, Goya, da un angolo buio, “fotografa” i suoi figuranti, comunicando a chi osserva un senso di precarietà ed evoluzione imminente.

Da Monet a Dürer, gli altri maestri in collezione

«Incanta invece per il contenuto di pacificata, distesa serenità – continua Roffi – il dipinto di Claude Monet – un soleil levant, quasi il primo mattino del mondo – emblematico della sperimentazione degli impressionisti sulle infinite variazioni dei colori sottoposti ai mutamenti della luce».

Lo straordinario, evanescente paesaggio delle scogliere di Pourville, in Normandia, con i primi raggi del sole che solleticano il mare e i vapori che ammorbidiscono i rilievi della scogliera, appartiene a una serie di cinque opere, eseguite dall’artista tra gennaio e marzo del 1897.

Dal tripudio squillante di note cromatiche della Sacra Conversazione di Tiziano alla Melencolia, una delle più celebri incisioni di Albrecht Dürer, dal Dottor Faust, acquaforte di Rembrandt alla Natura morta con ciliegie di Paul Cézanne, la passeggiata tra le sale della Villa dei capolavori assume i contorni di un viaggio nella bellezza.

«Per non parlare delle cinquanta opere di Giorgio Morandi, un vero museo nel museo» prosegue la nostra guida d’eccezione.

Parma e la Magnani Rocca

Usciamo temporaneamente dalla Fondazione per chiedere a Stefano Roffi di accompagnarci lungo il fil rouge che lega Parma alla Fondazione Magnani Rocca.

«Vorremmo che per la città di Parma la Fondazione Magnani-Rocca rappresentasse il luogo dove incontrare la grande Arte, la Bellezza nel suo volto ideale, col suo valore anche morale, magari godendosi una passeggiata nel grande parco ottocentesco mentre si trattengono nella memoria e nell’anima le immagini del Tiziano, di Dürer, di Rubens, di Renoir e dei tanti capolavori appena ammirati all’interno della Villa.

Intratteniamo un dialogo costante e fruttuoso anche con le altre istituzioni museali. Per Parma, l’arte e la cultura sono da sempre identitarie come per poche altre città».

Nel guardare al futuro, la Fondazione Magnani Rocca annuncia, attraverso il suo direttore scientifico, la sua presenza, prossimamente, al Guggenheim Museum di Bilbao. E ricorda le collaborazioni per mostre ed esposizioni, intrattenute negli ultimi anni, attraverso ‘capolavori ospiti’, con istituzioni come la National Gallery di Londra, il Museum of Fine Arts di Boston, il Musée d’Orsay di Parigi e il Puskin di Mosca.

Prosegue infine l’approfondimento della grande arte italiana del Novecento realizzato nei diversi anni dalla Fondazione attraverso mostre su Sironi, Burri, Guttuso, de Pisis, Ligabue, fino agli artisti pop. Un percorso che trova consacrazione nella prossima esposizione De Chirico e Savinio. Una mitologia moderna, aperta al pubblico dal 16 marzo al 30 giugno.

«Un evento – commenta Roffi – che intende porre l’attenzione sui fratelli de Chirico, personalità di grande fama ma raramente posti l’uno di fronte all’altro, partendo dalla loro poetica che affonda radici profonde nella Grecia classica dove si trovano decisivi presupposti del loro essere artisti, che poi maturarono a contatto con le esperienze e le culture dei luoghi che a lungo frequentarono nei primi decenni del Novecento, come l’Italia, la Germania e la Francia».

Al tramonto, il Parco romantico che abbraccia la Villa, con i suoi alberi monumentali, sfodera tinte cangianti, diverse a seconda delle stagioni. Alle spalle dell’edificio, verso il piano, si apre la distesa del prato incorniciato dalle sei colonne ioniche marmoree provenienti da una chiesa e da un chiostro settecentesco del sud Italia, distrutto durante la seconda guerra mondiale. È l’ora della quiete, da assaporare assorti su una panchina, nel parco della Villa, con, nelle orecchie, il fruscio degli “angeli” e gli occhi ancora pieni di arte e di bellezza.